
L’aggettivo che meglio identifica la pellicola è banale. A tratti esageratamente melenso (la scena in cui Joey si sacrifica nel traino di un cannone per “salvare” il cavallo-amico compagno di sventure Topthorn, l’uso del rallenty durante la prima azione di guerra che vede schierata la cavalleria inglese e le mitragliatrici tedesche e così via), il film è privo di originalità. Che l’amicizia tra un ragazzo ed un cavallo sia il pretesto per raccontare la guerra? Forse. Per carità, le dinamiche del genere di guerra non mancano, basti citare la momentanea amicizia nata tra un soldato inglese e uno tedesco per liberare Joey rimasto intrappolato nel filo spinato, che vorrebbe quindi far riflettere sull’assurdità della guerra e sul senso di fratellanza. Eppure War Horse non è esattamente un film di guerra. Spielberg intendeva forse far riflettere sul tentativo continuo degli uomini di controllare la natura, «un cavallo da guerra... che strana bestia sei diventato! I cavalli sono nati per correre liberi»; ma il tema è già visto, già analizzato, già riproposto più e più volte.
Due ore e venti sono troppe. Quando una ragazzina francese trova Joey e Topthorn, dice che «erano nel mulino a vento che aspettavano Don Chisciotte». Questa è senza dubbio la battuta più bella del film, perché per un attimo fa sognare. Ma ahimè sono lontani i tempi di E.T..
Erin
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