Sveglia elettrica oggi. Sveglia elettrica come di Jimi Hendrix che suona amplificando la chitarra con la parete intera, per l'occasione fattasi metallica e porosa.
E gli accapo partono in
automatico, sin dal mio primissimo pensare. Le frasi dell'usuale soliloquio
mentale mattutino sono continuamente inframezzate da potenti e vigorosi
profluvi di vibrazioni: in schiere compatte si muovono sopra il letto e per
tutta la stanza fasci di suoni inaciditi da scontri di cariche e poli:
particelle fluorescenti come le lucciole della notte che se n'è appena andata.
A questo punto della
"riflessione" (visto che operiamo nel settore), sarà bene
puntualizzare come questa sveglia sia finalizzata a uno scopo ben preciso, non
è di quelle sveglie random, di quei giorni nei quali ci si sveglia
giusto per eleganza; tanto per non far notare agli altri che vivono in ritmi e
a orari che non ci sono graditi.
Non siamo qui per discutere
d'insonnia, quindi bando alle ciance: oggi ho un appuntamento.
Ho già spento senza
accorgermente la mia prima sigaretta.
È un appuntamento galante? Un
incontro al buio?
Ma se è mattina! Allora ci
ripenso, speranzoso di scrollarmi di dosso la pesantezza del riposo; ci ripenso
e il nulla mi sovviene.
Un certo Campanile sostenne
che "è un peccato che la levata del sole avvenga di mattina presto, perché
a quell'ora non ci va nessuno!", sostengo da parte mia, come dargli torto.
Insomma, suvvia, deh (e chi
più ne ha più ne metta, senza risparmio) non siamo fatti per certe levatacce.
L'umano è un animale lento: io ho tempistiche da bradipo. È per questo che sono
alla quarta bionda, il cilindro di metallo ha la pancia piena di cenere e
mozziconi, e la sveglia continua a suonare in attesa che io guadagni ciò che
dell'homo erectus fu il vanto per andare a fare il mio dovere. D'altra parte,
come s'è già detto, ho un appuntamento!
Sinceramente, rotolandomi tra
le coperte alla stregua di ferita fiera, ho dimenticato di che tipologia fosse
tale appuntamento. I miei appunti mentali si sono forse dissolti nella musica
assordante che traspira dalla parete.
Un bell'enigma, proprio nel
centro della mattinata. Uno di quegli enigmi capaci di sconquassarti la
giornata così, da capo a piedi, recidendole il collo di netto. Non sarebbe
necessaria tale e tanta cruenza di paragone, se una similitudine cruda come il
San Daniele non fosse l'unico mezzo per esprimere e palesare all'uditorio il
sentimento d'uno scorno così grande.
L'enigma è - gentildonne,
damigiane e gonzi, nibiluomini all'ascolto – di duplice o triplice natura,
penetra come rampicante nella tenera superficie del mattino, fiorisce in nuovi
rami e gemme sempre fresche. La mia testa, affondando la nuca dentro il
cuscino, fissa le travi del soffitto ronzando di dejavu. La musica che usciva
dalla parete si è affievolita, o forse è assente.
Com'è possibile ch'io abbia
percepito sì poderose stilettate d'elettronico strumento?
E questo appuntamento,
quest'appuntamento del quale non riesco a ricordare il viso, ne come avesse le
mani oppure il suono della voce; se fosse un appuntamento d'amore o d'onere, di
speranza o di passione: di vita o morte, addirittura. Ma anche no.
Riesco ancora a toccare con
la lingua del cervello un taglietto sul palato della memoria che mi indirizza
verso ciò che sto cercando, senza però mostrarmi l'uscio come sogliono fare le
guide serie, specialmente all'Inferno. Ancora il nulla, mentre sento un braccio
che mi si solleva da solo, tirato da invisibili ragnatale di burattinaio. Non
ricordo.
Apro gli occhi ch'è già sera.
E l'impegno, l'enigma e tutti i passi suoi eran tracce che lascia il sogno per
farsi ritrovare.
Apro gli occhi ch'è già sera,
accendo una sigaretta. Una nube cumuliforme di fumo so erge tra il mio sguardo
e l'orologio; ho un'appuntamento, e penso al mio appuntamento: ai suoi tacchi
discreti, quelle calze scandaloseleganti, il rossetto su labbra di petalo,
l'occhio incastonato – prezioso diamante – sul viso dorato di baci d'amori
ormai orfani.
Non vedo l'ora.
(letteralmente)
Nino
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