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mercoledì 23 maggio 2012

Speciale Sonata Arctica, parte 1: da Ecliptica a The Days of Grays

L’uscita nei negozi del nuovo album dei finlandesi Sonata Arctica è ormai imminente. Prima di redigerne una recensione (che si preannuncia assai difficile, a giudicare dai trailer online), ho pensato che sarebbe stato utile presentare ai lettori di VC una delle band fiore all’occhiello del panorama musicale rock/metal europeo, autrice non solo del nuovo Stones Grow Her Name, ma anche di illustri (talvolta illustrissimi) album di musica metal melodica. Torniamo quindi al metal, dopo gli ultimi articoli riguardanti prettamente il prog? Non del tutto in effetti. Perché, ascoltandone le composizioni, è facile accorgersi che col tempo i Sonata Arctica sono divenuti qualcosa di diverso dalla classica band power metal...

La band

Il nome è tutto un programma. Sonata Arctica richiama alla mente panorami nordici, pregni di una bellezza fredda e maestosa, e foreste scandinave dagli alberi innevati. Ed è proprio in Scandinavia, più precisamente in Finlandia, che sul finire degli anni ’90, fa la sua comparsa un complesso destinato a lasciare un segno; e non solo in Europa. Certo, non sarà profondo quanto quello lasciato da gruppi più blasonati quali Iron Maiden o Metallica (e stiamo citando solo i più noti). D’altra parte, gli anni ’80 sono finiti da un pezzo e, sebbene il metal sia ben lungi dall’essere sulla via del pensionamento, ha ormai abbandonato il circuito mainstream in molti Paesi. Eppure, i Sonata Arctica possiedono quel “non so che”, quel guizzo artistico che lasciava intendere che quei ragazzi capelloni, che tributavano in maniera poco velata le sonorità degli Stratovarius, erano destinati a lasciare l’underground molto presto. La band nasce nel 1995 con il nome di Tricky Beans, nome spiritoso che fatichiamo ad associare a quel che il gruppo è oggi, e comprendeva gran parte della line-up attuale. Vediamo infatti i fondatori Marko Paasikoski (poi al basso) e Jani Liimatainen alle chitarre, Tommy Portimo alla batteria e, soprattutto, Tony Kakko (vediamo di esaurire qui tutte le risate, nda) alle tastiere e alla voce e che diverrà la vera spina dorsale della band. Il gruppo suona inizialmente hard rock, spostandosi nei successivi anni al metal sinfonico di matrice Stratovarius e cambiando nome (in virtù delle liriche sempre più serie) dapprima in Tricky Means, quindi nel definitivo Sonata Arctica. Tony abbandona le tastiere, dietro alle quali si posiziona Mikko Härkin, per dedicarsi alla voce e alla composizione. Lo stile della band, insieme a pressochè tutti i brani, si deve solamente al suo estro creativo. Questo aspetto sarà contemporaneamente il maggior punto di forza e il più pericoloso punto debole della band. Nel 1999 esce, per l’etichetta Spinefarm, il debut Ecliptica.

Gli album

Passiamo dunque in rassegna, con occhio il più possibile critico, i lavori della band. 

Ecliptica (1999)

Dietro alla copertina blu del debutto, si cela un lavoro di classico power metal scandinavo (è bene specificarlo, prima che qualcuno pensi di imbattersi in un lavoro teutonico alla Gamma Ray). È vero: corre l’anno 1999 e molto è già stato detto in tal senso. Difficile per un gruppo di esordienti allontanarsi troppo dai propri idoli e sfornare qualcosa di nuovo e originale. Cos’hanno, questi ragazzi, da offrire al mondo che altri già non abbiano dato (a parte la velocità d’esecuzione)? Poco, per ora. Forse pochissimo. Eppure c’è un aspetto estremamente rilevante: a distanza di tredici anni, le canzoni sono belle. I Sonata sanno scrivere belle canzoni, al cento per cento metal (e vale sia per le ballad, sia per le speedy songs) ma, soprattutto, spaventosamente orecchiabili e cantabili. Peccano, senza dubbio, di poca originalità e talvolta di ingenuità. A partire dalla voce di Kakko, dal timbro bellissimo, ma spinta in parti acute un po’ “di genere” e, a volte, un tantino non necessarie. Difetti comunque che passano in secondo piano rispetto alla piacevolezza delle canzoni. In conclusione, perchè ascoltare Ecliptica? Perchè sarà anche vero che suona “come gli Stratovarius” (anche se, tutto sommato, solo fino a un certo punto), ma in nessun album degli Stratovarius troverete le bellissime canzoni di Ecliptica. Semplice, no? 



Silence (2001)

Eccoci dunque al secondo lavoro. Cosa è cambiato rispetto al precedente? Non molto, per la verità. Tredici tracce che sono, forse, ancora più “power metal” e veloci di quelle di Ecliptica. I brani non perdono però un’oncia di incisività: trattasi di ottime e ispirate composizioni. Non escono, forse, dagli schemi del genere dichiarato, ma sono, come quelle di Ecliptica, melodiche ed eccezionalmente accattivanti. A mio avviso, i risultati migliori si ottengono quando la band rallenta i tempi, permettendo alla distintiva voce di Tony di sfoderare tutta la sua emozionalità. Ne è esempio lampante quello che ritengo il pezzo in assoluto più riuscito del platter: The End Of This Chapter. Riscontriamo, in definitiva, più o meno i medesimi difetti già presenti in Ecliptica, cui aggiungerei (se di difetto si può parlare) un pizzico di dispersività. I brani più lenti e riflessivi sono seguiti da bordate di doppia cassa di velocità impressionante. Ritengo che, in alcuni casi, questo sia stato fatto per massimizzare l’impatto dei pezzi più spinti. Tuttavia, non posso fare a meno di ritenere questo lavoro, sotto questo aspetto, “poco compatto”; richiama alla mente un alternarsi di stati d’animo molto differenti, tipici della gioventù, più che un maturo e graduale andirivieni di pensieri. Un grandissimo lavoro, comunque, forse addirittura un classico del genere e che merita senza dubbio più d’un ascolto. Per molti,il lavoro definitivo della band. 




Winterheart's Guild (2003)


Il terzo album è un traguardo di estrema importanza per una band. In moltissimi casi, si tratta del disco della consacrazione, di un qualcosa che dirà se la band è degna di nota o solo una delle tante. Spesso ci si aspetta un lavoro dalla grandiosità artistica immensa e che proponga qualcosa di nuovo; qualcosa che dica davvero di che pasta è fatto il gruppo. Soprattutto quando, lo stesso gruppo, è un figlio così evidente di un genere creato da altre realtà musicali precedenti, per quanto belle siano le canzoni che incide. Winterheart’s Guild come si raffronta con le alte aspettative della critica? Accontenterà solo i fan (ormai moltissimi) o segnerà un distacco dal passato? In pratica: i Sonata Arctica sanno camminare con le proprie gambe? Non del tutto, almeno per ora. I Sonata Arctica posticipano il salto di qualità mentre riassestano la line-up. Härkin lascia la band. Lo sostituirà, in pianta stabile, il bravissimo Henrik Klingenberg. Il disco viene però registrato pima, insieme a Jens Johansson degli Stratovarius, dal momento che il posto di tastierista è vacante. Un segnale forte che mostra come il cordone ombelicale della band ancora non sia caduto del tutto. Tony Kakko pare reticente a variare il proprio stile compositivo e, di conseguenza, la band fatica a evolversi più di tanto. Qualche tentativo già lo si nota, di quando in quando, durante l’ascolto: canzoni come Gravenimage e Broken si discostano, almeno parzialmente, dalla maggior parte del materiale precedente. Tuttavia è difficile, per me, dare all’album un giudizio diverso rispetto a quello espresso nei confronti dei buonissimi predecessori. Buone canzoni, orecchiabili, cantabili e ottimamente suonate, ma ancora poca originalità. Un disco buono, forse più che buono, ma che non raggiunge a mio avviso, se non in alcuni passaggi davvero ottimi, la qualità compositiva del debutto Ecliptica, che aveva dalla sua l’arma della spontaneità, e di Silence, ispirata dimostrazione dell’abilità della band di muoversi all’interno del proprio genere con competenza e maestria. 



Reckoning Night (2004)

Eccolo, il pomo della discordia. L’album che ha diviso la critica e i fan e che ha cambiato tutto, per sempre. Per qualcuno, i Sonata Arctica finiscono qui. Per altri, iniziano qui. Quando ripenso alla data d’uscita di questo disco, ancora fatico a crederci. A un solo anno di distanza da Winterheart’s Guild, vede la luce Reckoning Night: l’album che aspettavo. Tutto poteva voler dire un solo anno di composizione: scarsa ispirazione, fretta o chissà cos’altro. Ben pochi, penso, si aspettavano quella che ritengo una maturazione incisiva e repentina. Certo è che, personalmente, ho davvero faticato ad apprezzare quest’album, all’inizio. Un ragazzino di diciotto anni, fissato col power metal e la doppia cassa, come deve reagire quando i Sonata Arctica registrano un lavoro così...diverso? Perchè è questo l’aggettivo più corretto. Reckoning Night è, semplicemente, diverso da tutto ciò che la band è stata fino ad ora. È power metal, eppure non lo è del tutto. È melodico, orecchiabile e cantabile, ma non nella maniera cui eravamo abituati. La cosa che, però, colpisce di più è che suona incredibilmente Sonata Arctica: finalmente, la band ha uno stile che la rende riconoscibile, anche quando le composizioni escono dai canoni del power metal. Cambi di tempo (che talvolta diventa dispari), linee vocali originali, velocità diminuite, intermezzi strumentali nuovi e interessanti. Maturità è fatta: i Sonata Arctica sono una band con la quale il mondo metal, e non solo, dovrà fare i conti. Non è fatta per piacere ai fan del tal o del tal altro gruppo. Cammina sulle proprie gambe, si muove bene e con eleganza. Il singolo Dont’t Say A Word è spiazzante e bellissimo con i suoi intermezzi da brividi ma, per essere giusti, occorrerebbe citare tutti i brani. Mi risulta più semplice consigliarne caldamente l’ascolto. Ascoltatelo e fatevi una vostra idea: come sempre, quando si parla di un lavoro discusso. Doverosa precisazione: naturalmente, per molti dei metal-heads più oltranzisti, questo album è stato un tradimento imperdonabile. Se appartenete a questa corrente di pensiero, lasciate perdere. Unico punto debole, se proprio devo trovarne uno, la presenza della “carina” ma assai scontata My Selene (unico brano non scritto da Kakko ma, mi pare, da Liimatainen), canzone che mal si adatta al contesto sonoro del platter e che avrei apprezzato di più se avesse fatto parte di un qualsiasi album d’esordio. Ironicamente, al primo ascolto, fu l’unico pezzo che mi piacque davvero... beata gioventù. 



Unia (2007)

C’è un aneddoto riguardo questo disco. Quando uscì, si lessero le recensioni più disparate, sulle riviste e in giro per la rete. Non ricordo più dove, lessi una “mezza stroncatura” che paragonava la band, nella persona di Tony Kakko, allo studente migliore della classe che sbaglia un’interrogazione. Credo che noi tutti possiamo ricordare un simile episodio, accaduto chissà quando ai tempi delle medie o del liceo. Lo studente, chiamato dal professore, si avvia al suo destino tremando, conscio dell’imminente fallimento, perchè sa benissimo di non essersi preparato come al solito. La simpatia di quell’articolo mi rimase impressa e me ne ricordo tutt’ora, a distanza di cinque anni. Che dire: calza alla perfezione. Certo, forse non parlerei di un votaccio quanto di una mezza debacle: inevitabile; tutti vi incappano prima o poi. Il disco è strano. Vorrebbe essere un’evoluzione del predecessore, qualcosa di ben lontano dal ritorno alle origini che molti fan speravano, ma la band manca il bersaglio realizzando un punteggio ben al di sotto delle aspettative. Ammirevoli, naturalmente, le intenzioni. Credo che ciò che la band volesse ottenere si possa intravedere in brani come Caleb, forse il pezzo più riuscito. Intendiamoci, le canzoni non sono brutte: è solo che paiono incomplete, insicure, come se chi le avesse scritte avesse ben in mente l’obiettivo, ma non altrettanto bene la via per raggiungerlo. Una buona metà dei brani sono piacevoli, a mio avviso, ma appare chiaro che il nuovo stile deve essere rodato ancora un po’. Impressionante, però, come per partorire Unia ci siano voluti tre anni. Per il nettamente superiore Reckoning Night, ne era bastato uno. I tempi dell’ispirazione sono davvero imprevedibili. 





The Days of Grays (2009)

Quando questo lavoro uscì, devo ammetterlo, trattenni il fiato. Avvicendamento in line-up: esce Liimatainen ed entra il “guitar hero” Elias Viljanen. Benchè Kakko, sia il maggior compositore, l’uscita di Jani, figura centrale e carismatica nella band, potrebbe causare un po’ di smarrimento... C’era una buona possibilità che il nuovo album fosse un flop, che i Sonata Arctica non riuscissero a gestire la nuova direzione artistica intrapresa. C’era una buonissima possibilità che tornassero alle origini, cosa che non posso fare a meno di ritenere un fallimento per la band, un’involuzione, anche se molti fan forse ne avrebbero gioito. Oppure poteva essere un capolavoro. Tutto poteva essere. Fortunatamente, mi bastarono pochi ascolti per ritenerlo un album dalla qualità elevatissima, estremamente variegato e maturo. Il degno successore di Reckoning Night non copia lo stile di quest’ultimo: comincia da dove questi aveva lasciato e si spinge più avanti. Prende gli aspetti migliori di Unia e li integra bene con tutto ciò che i Sonata Arctica sono stati prima. La band perde quella che è stata, in passato, una delle sue migliori qualità, l’orecchiabilità, ma guadagna immensamente in termini di complessità avvicinando la propria proposta sonora a una sorta di progressive (non “progressive metal”, si badi bene). Benchè, al solito, lo stile sia riconoscibilissimo, il tutto suona nuovo e moderno, arricchito di quando in quando da un inedito uso di filtri vocali o di insoliti synth. Si passa da brani tetri ma dal sound classico, come Deathaura (davvero grandioso), a esperimenti sonori come la bizzarra Zeroes, che potrà non incontrare i gusti di tutti gli appassionati, ma che trovo decisamente riuscita. Pezzi molti differenti tra loro, quindi, e ricchi di variazioni. Anche quando la band decide di omaggiare i fan della prima ora, con la melodica e veloce Flag In The Ground (l’unico pezzo di cui forse si poteva davvero fare a meno, visto il contesto), le influenze del nuovo corso sono ben in evidenza. Consiglio quindi un ascolto approfondito e consiglio altresì di acquistare, se possibile, la versione contente la bonus track In The Dark, veramente bellissima. 



Dopo questo “azzeramento”, possiamo apprestarci ad ascoltare il nuovissimo Stones Grow Her Name e vedere che cosa i cinque finlandesi ci hanno preparato questa volta. Come si diceva in apertura, tutto lascia intendere che recensire questo lavoro non sarà facile. Vedremo.

Spectraeon_86

mercoledì 18 aprile 2012

Burn It Down e Living Things: un ritorno alle origini per i Linkin Park?


Lunedì 16 aprile è uscito Burn It Down, nuovo singolo della famosa band americana Linkin Park. Un anno e mezzo dopo A Thousand Suns,  il gruppo di Los Angeles è pronto a sfornare il suo quinto album, Living Things, prodotto da Rick Rubin (famoso producer del genere nu metal/rock) e con sonorità più immediate e “cattive”. Dalle ultime interviste l’idea che fuoriesce sembra quella di un ritorno alle origini e in particolare allo stile di Hybrid Theory e Meteora.


Il singolo è già acquistabile su iTunes e orecchiabile in radio, mentre l’album uscirà il 26 giugno con l'etichetta Warner Bros. Questa la tracklist ufficiale di Living Things:

1 - Lost in the Echo 
2 - In My Remains
3 - Burn It Down 
4 - Lies Greed Misery
5 - I'll Be Gone
6 - Castle of Glass
7 - Victimized
8 - Roads Untraveled
9 - Skin to Bone
10 - Until It Breaks
11 - Tinfoil
12 - Powerless

Dal 26 maggio, poi, i Linkin Park inizieranno il loro tour mondiale partendo dal Portogallo e toccando festival come il Rock am Ring e il Pinkpop. Nonostante le svariate date in tutta Europa, purtroppo al momento non sono previsti concerti in Italia.

Lares

domenica 1 aprile 2012

Nuove date del tour, i Coldplay in concerto anche a Milano e a Roma

Questa è una di quelle notizie che faranno esplodere di gioia i fan italiani dei Coldplay: visto l'esaurimento immediato dei biglietti per il concerto del 24 maggio a Torino, lo staff della celeberrima band londinese ha organizzato due nuove date italiane per il loro tour europeo di questa estate, in modo da accontentare le decine di migliaia di affezionati che le avevano chieste a gran voce.


Come annunciato stamattina durante una conferenza stampa, i due concerti italiani in più sono stati aggiunti alla fine del tour, la cui ultima data era il 22 settembre a Hannover, in Germania. I Coldplay infatti si esibiranno mercoledì 26 settembre a Milano, allo stadio San Siro, e venerdì 28 settembre a Roma, presso il Palalottomatica. In cambio dell'attesa di qualche mese in più, dunque, chi non è riuscito a procurarsi i biglietti per l'esibizione di Torino potrà comunque gustarsi le emozioni di canzoni dal vivo del calibro di Paradise e Charlie Brown, oltre ad altre altrettanto belle precedenti all'album Mylo Xyloto, senza doverli inseguire all'estero o aspettare il prossimo tour.


I costi dei biglietti per le date di Milano e Roma, prossimamente in vendita su TicketOne, non sono ancora noti, ma dovrebbero avvicinarsi a quelli di Torino; le voci femminili d'accompagnamento potrebbero essere quelle di Robyn, di Marina & the Diamonds o di Rita Ora. Vi terremo aggiornati!


Lor

sabato 31 marzo 2012

Speciale Ayreon, parte 2: i capolavori The Human Equation e 01011001


Ben ritrovati, cari lettori. In questa seconda parte proseguiamo con l’itinerario musicale che ci conduce alla scoperta dei lavori discografici del progetto Ayreon. Dopo il carismatico debutto, The Final Experiment, e l’onirico Into The Electric Castle, giungiamo alle ultime quattro opere, quelle che più marcatamente vanno a definire i contorni di una trama fantascientifica sempre più avvincente. Basta con i preamboli e veniamo alla musica. 

The Universal Migrator Part I: The Dream Sequencer (2000) 

Siamo di nuovo nel futuro, qualche anno dopo la guerra nucleare globale del 2084. Il progetto Time Telepathy, che avrebbe dato all’umanità una speranza di salvezza dall’autodistruzione, è miseramente fallito. La Terra è ormai devastata da un oceano di fuoco radioattivo che non ha lasciato scampo alla vita presente sul pianeta. Solo un uomo ancora respira, sulla colonia di Marte. Le scorte alimentari inviate dalla terra sono terminate e tutto ciò che gli resta da fare è morire. Mentre attende la fine, l’uomo si connette ad un sofisticato simulatore denominato Dream Sequencer, ideato per rendere meno opprimente la permanenza dei coloni sul pianeta rosso. La macchina trasporta la mente del protagonista progressivamente indietro nel tempo, in un viaggio a metà strada tra realtà e immaginazione, facendo riaffiorare ricordi della sua infanzia, della guerra finale e poi ancora più in là. I successi e i fallimenti dell’umanità gli scorrono dinanzi sempre più rapidamente fino a raggiungere il caos primordiale e a scoprire la primigena fonte di vita: un’entità denominata Universal Migrator. Insomma, finalmente si entra nel vivo. Musicalmente, l’album è assai variegato e difficile da classificare. Sicuramente può dirsi molto vicino al prog rock. Non vi sono quasi mai accelerazioni figlie di branche più dure del rock. Le atmosfere sono abbastanza soffuse, dense di synth e di suoni “cibernetici” che rendono bene la sequenza di immagini e di storie passate che il protagonista rivive. Sebbene questo disco non venga spesso considerato all’altezza dei capitoli seguenti, alcuni brani sono davvero grandiosi, come i due che vi propongo qui sotto. Un grande album. 

 

The Universal Migrator Part II: Flight Of The Migrator (2000) 

Avevamo lasciato l’ultimo uomo su Marte nel Dream Sequencer. Egli, ormai prossimo alla fine, decide di spingere il simulatore onirico ancora di più. Il suo viaggio lo conduce al Big Bang. Il caos lascia il posto a una moltitudine di pianeti e stelle. L’universo per come lo conosciamo è nato. In questo istante, fa la sua comparsa anche una forma di vita priva di corpo. Un essere di pura anima, scaturito apparentemente dal nulla cosmico, che comincia a vagare per il neonato universo. Il nostro decide di seguirlo attraverso le galassie, tra buchi neri e wormhole, fino a comprendere la verità. L’entità, identificata come Universal Migrator, altro non è che la forma di vita basilare dalla quale tutte le altre discendono. Il Migrator è un corriere di vita intergalattico che, scindendosi di quando in quando, porterà vita ovunque. Il Migrator giunge infine sulla Terra dando origine alle forme di vita preistoriche. Mentre assiste a questo, l’ultimo colone di Marte muore di stenti all’interno del Dream Sequencer. La sua anima lascia il suo corpo ed egli diviene consapevole di essere il nuovo Migrator. Egli creerà nuovamente la vita, come fece il suo predecessore. Il Migrator originale non ha creato, però, l’uomo sulla Terra. Le origini dell’umanità sono decisamente diverse… Nelle intenzioni di Lucassen, questo album doveva essere dedicato ai fan dalle preferenze più “metalliche”. Questo capitolo di The Universal Migrator è, in effetti, un disco di metal progressivo carico di riff potenti e di hammond distorti. Voci poderose quali quelle di Russell Allen (Symphony X), Fabio Lione (Rhapsody Of Fire, Vision Divine), Ralf Scheepers (ex-Gamma Ray, Primal Fear) e Bruce Dickinson (Iron Maiden) si oppongono con violenza alle atmosfere riflessive del disco precedente mentre le solenni tastiere ci riportano alla mente The Final Experiment. Benchè però le atmosfere da sci-fi epica siano ben ricreate, ritengo personalmente questo album inferiore alla Parte I e, più in generale, agli altri lavori di Arjen. La composizione mi pare meno ispirata, non vi è sempre una perfetta fusione tra musica e voce e alcuni passaggi paiono un tantino “forzati”. Sia ben chiaro che, tuttavia, stiamo parlando di un disco di una bellezza tutt’altro che indifferente. 

 

Prima di proseguire, avviso i lettori che i seguenti album sono dei capolavori assoluti e delle pietre miliari della storia della musica. L’ascolto di tali opere musicali potrebbe seriamente cambiare la vostra vita… Non è uno scherzo. 

The Human Equation (2004) 

Immaginate una strada isolata. Una giornata dal clima mite e un cielo senza nuvole. Immaginate ora che, su questa strada, un uomo (vocalmente interpretato da un James Labrie grandioso) stia guidando da solo. Nessuno oltre a lui si trova nei paraggi quando, senza apparente ragione, perde il controllo della macchina. L’impatto che segue lo spedisce in un coma profondo. Ricoverato in ospedale, due persone lo vegliano, gli parlano e pregano che si riprenda: la moglie (Marcela Bovio) e il suo migliore amico (Arjen Lucassen). Da come parlano tra loro, però, pare che i due abbiano qualcosa da nascondere… Nel frattempo, il protagonista si risveglia all’interno di quella che scopre essere la sua stessa mente. In questo luogo egli si ritrova a confrontarsi con le personificazioni delle sue emozioni più profonde: amore, passione, ira, paura, orgoglio, ragione e agonia. Esse lo porteranno a fare i conti con un passato fatto di negligenze genitoriali, solitudine, tristezza, bullismo: tutti fattori che hanno contribuito, molto più di quanto egli voglia ammettere, a renderlo l’uomo che è ora. I drammi personali del trittico di protagonisti vengono lentamente alla luce, rivelando tradimenti, rancori, ipocrisie e vanità… Questa, signori, è Musica. Questo è Ayreon al massimo dello splendore. Raramente mi è capitato di immedesimarmi così tanto in un personaggio. Questo disco è una girandola non solo di emozioni, ma anche di sfumature delle stesse. L’atmosfera può cambiare in pochi secondi…così come l’umore degli esseri umani. Mai così efficacemente, credo, la natura umana è stata messa su pentagramma. Le grandiose voci che interpretano le diverse emozioni conducono, per venti giorni, i tre protagonisti dapprima all’autoanalisi, quindi alla consapevolezza e, infine, alla comprensione e al perdono reciproco. Un disco da scoprire e da assaporare, dalla prima all’ultima nota, fino alla sconvolgente rivelazione finale: tutta l’esperienza è stata generata dal Human Equation Program, una simulazione del Dream Sequencer. All’interno della macchina, però, non c’è un essere umano ma una forma di vita aliena che, con una voce filtrata dalle macchine, mormora: «Emotions… I remember…». Suona familiare? Se avete ascoltato Into The Electric Castle, direi che dovrebbe… Estrarre due soli pezzi da allegare è stato arduo davvero. Questo è il classico album che deve essere ascoltato dall’inizio alla fine, tutto d’un fiato. E, credetemi, ne vale davvero la pena. 

 

01011001 (2008) 

Eccoci alla resa dei conti. Ayreon ci ha raccontato la storia e i drammi dell’umanità e di singoli individui. Di quando in quando, però, una strana forma di vita extraterreste faceva capolino. Il burattinaio di Into the Electric Castle, la voce nel Dream Sequencer in The Human Equation… È tempo di ordinare i tasselli e di narrare la storia dei Forever. Durante il viaggio al seguito del Migrator, si assistette ad una scissione dello stesso. Una parte diede vita alla Terra. L’altra, giunse a destinazione molto prima e diede origine ad una razza di umanoidi su di un pianeta in seguito denominato solo come Y (che, in codice binario, è appunto 01011001). Questa razza giunse ad uno stadio di evoluzione tecnologica impressionante e, ben presto, ossessionata dalla morte, tentò di rendersi immune alla vecchiaia e alle malattie. L’obiettivo venne raggiunto grazie a sistemi artificiali di mantenimento vitale: erano divenuti eterni (Forever). Millenni di vita artificiale hanno però effetti collaterali. I Forever si scoprirono, col passare dei secoli, sempre più indifferenti al tempo, a loro stessi e ai loro simili: avevano perduto la capacità di provare emozioni. Tutte eccetto la nostalgia del passato. I Forever non possono tornare indietro. Possono però ricreare la loro razza altrove e monitorarla, per poter registrare le emozioni e provarle nuovamente. Per fare questo, pongono il seme della loro specie all’interno di un asteroide artificiale che viaggerà attraverso le stelle in cerca di un pianeta adatto allo scopo. Dopo secoli di viaggio intergalattico, l’asteroide, guidato a distanza dai Forever, piomba sulla Terra eliminando i dinosauri (un pericolo troppo grande per i fragili umani) e dando il via a un ciclo di eventi che porterà alla nascità dell’Uomo. I Forever ammirano la loro creazione con freddezza, incamerando il maggior numero possibile di dati. L’evoluzione dell’Uomo procede però a rilento: le sue credenze religiose rallentano il progresso e il suo debole organismo lo rende facile preda di malattie. La creatura dei Forever rischia di estinguersi prima che il programma di ricerca sia completato. Gli alieni decidono perciò di effettuare un upload delle loro nozioni scientifiche per accelerare l’evoluzione del genere umano. Il boom tecnologico colpisce le menti umane con troppo durezza. Il risultato ultimo dell’upload è stato la nascita di nuove armi con le quali, nel 2084, gli umani daranno il via alla guerra definitiva. Presentendo l’estinzione dell’Uomo, i Forever tentano il salvataggio trasmettendo agli uomini l’idea del progetto Time Telepathy. Questo, tuttavia, come già sappiamo, non basterà a salvare l’umanità. Mentre il silenzio regna sulla Terra, ormai un pianeta disabitato, martoriato e morente, i Forever capiscono di non essere davvero vivi, di essere solo dei cadaveri che respirano, dei gusci senz’anima. Vinta la paura della morte, le macchine di mantenimento vitale vengono spente, la vita termina e il ciclo ricomincia con un nuovo Migrator… 


La saga giunge al termine nel mgliore dei modi, musicalmente parlando. Bissare la qualità di The Human Equation era compito tutt’altro che facile. Arjen, tuttavia, riesce magistralmente nell’intento mantenendo intatto il suo stile ma variando sensibilmente il tono dei brani. Le sonorità adottate, i filtri vocali…tutto contribuisce a dare all’album un taglio “artificiale”, robotico. La necessità era quella di trasmettere un’assoluta freddezza che risultasse anche, paradossalmente, poco distaccata. I Forever non provano emozioni se non, come detto, la nostalgia e il rimpianto. Questi due stati d’animo, assai correlati tra loro, risultano più che percepibili. Tutti i pezzi ne sono impregnati. Spettacolari, poi, le tracce riguardanti la fondazione dell’umanità. I punti di vista e le differenze d’opinione dei diversi Forever (volutamente anonimi anche se fortemente riconoscibili dalle fantastiche voci degli interpreti) vengono resi alla perfezione. Canzoni come Ride The Comet o The Fifth Extinction non si sentono tutti i giorni. Le atmosfere si mantengono sempre piuttosto tetre, con qualche eccezione, per trasmettere l’insorabile caduta dalla grazia del genere umano. La chiusura, affidata alla spaventosa The Sixth Extinction, ha davvero dell’apocalittico con un finale da brividi, a rappresentare la presa di coscienza dei Forever, culminante in un susseguirsi di interpretazioni vocali da urlo (tra i singer coinvolti cito Hansi Kursh, Bob Catley, Floor Jansen, Anneke Van Giersbergen e un Jorn Lande decisamente sugli scudi). Interessante la scelta di disseminare per la tracklist canzoni riguardanti anche esperienze umane: quotidianità deludente, fasulli amori nati su internet… Quasi a mostrare che, in fondo, tra umani e Forever, ormai, non c’è poi questa gran differenza... Altro capolavoro, quindi, che chiude la saga sci-fi targata Ayreon. Stabilire quale sia il migliore, tra 01011001 e The Human Equation, credo sia solo questione di gusti. Tecnicamente eccelsi entrambi anche se in maniera estremamente differente. 

 

Chiudiamo quindi questo dossier sul progetto Ayreon. Spero che leggere l’articolo vi abbia incuriosito e che vogliate andare oltre, ascoltando questa musica meravigliosa. Certo, non è proprio musica per tutti. Si tratta pur sempre di progressive abbastanza “spinto”. Sono certo che, però, molti di voi potranno, magari dopo ripetuti ascolti, carpire tutte le sfumature racchiuse in questi magnifici dischi. Al momento il progetto Ayreon è in stasi poichè, terminata la saga, Lucassen pare intenzionato a occuparsi di altro. In attesa di scoprire cosa Ayreon ci riserverà in futuro, prima di chiudere non posso fare a meno di consigliarvi di ascoltare anche i due album del progetto Star One, sempre firmato Lucassen. Se avete amato Ayreon, potrebbe regalarvi più di qualche soddisfazione. Grazie e alla prossima!

Spectraeon_86

mercoledì 21 marzo 2012

Speciale Ayreon, parte 1: la musica fantascientifica di Arjen Lucassen

Dopo svariati mesi di pressanti impegni, finalmente, rompo il silenzio e riesco a tornare a scrivere qualcosa per Vasi Comunicanti. Questo è un articolo che desideravo scrivere da diversi mesi, in attesa delle nuove uscite musicali primaverili. Giusto qualche mese fa avevamo parlato di Alan Parsons Project e della loro ecletticità; vorrei ora portare la vostra attenzione a quello che mi piace scherzosamente definire “l’Alan Parsons Project del nuovo millennio”. Quanto è cambiata la musica dagli anni ’70 a oggi? Abbastanza da far sì che svariati musicisti potessero farsi strada nel mondo, generando sonorità come l’hard rock, l’heavy metal, la musica elettronica e chi più ne ha più ne metta. Ciascun, diciamo, “genere” musicale (soprattuto quelli “figli del rock”) pare, nella maggior parte dei casi, fin troppo concentrato su se stesso, deciso più che mai a portare avanti un discorso sonoro secondo stilemi ben precisi e omaggiando ripetutamente i grandi del passato con una devozione e con una costanza allarmanti. Naturalmente, la pena per il cambiamento stilistico è l’accusa di tradimento. Se è facile accusare di integralismo musicale i fan di oggi, è altrettanto facile, mettendoci nei loro panni, comprenderli, almeno parzialmente: dopotutto, ai sentimenti non si comanda. Vero è altresì il fatto che, su questa via, l’evoluzione sonora si asintotizzerebbe. E sarebbe davvero la fine. Esistono anche oggi, tuttavia, progetti musicali, per lo più nell’underground, estremamente interessanti e dal sound variegato. Per quanto mi riguarda, il portabandiera indiscusso di questo piccolo gruppo di irriducibili rivoluzionari, è Arjen Anthony Lucassen



L’artista e il progetto 

Olandese, sulla cinquantina, alto, biondo e lungocrinito. Così si presenta uno dei musicisti più poliedrici e affascinanti della scena rock moderna. Prog rock, prog metal, elettronica, folk: tutto questo confluisce in Lucassen che, dal canto suo, si dimostra sempre capace di miscelare il tutto nella maniera più efficace. Polistrumentista di grande fama, principalmente chitarrista e tastierista, ottimo produttore, cantante discreto, compositore eccezionale. Vanta trascorsi in svariate band, spesso da lui stesso create, e non meno di venti album pubblicati durante la sua carriera. Tra questi, spiccano senz’altro quelli pubblicati con il nome Ayreon. All’inizio, accostai il progetto agli Alan Parsons Project e questo si deve a tre fattori: la varietà stilistica, i concept album e agli ospiti illustri. Il progetto Ayreon ha all’attivo sette album, composti e suonati pressochè interamente da Arjen stesso, contenenti brani lunghi e articolati e, il più delle volte, legati tra loro da testi di matrice sci-fi/fantasy. Come per gli AAP, anche questi lavori possono vantare una vasta schiera di ospiti illustri dietro al microfono: Bruce Dickinson (Iron Maiden), James Labrie (Dream Theater), Russell Allen (Symphony X), Jorn Lande (ex-Masterplan, ex-Ark), Hansi Kursch (Blind Guardian). Solo per citarne alcuni tra i più noti…


I testi e la fantascienza 

Veniamo all’aspetto, a parer mio, più interessante del progetto: le liriche. Le definii sci-fi/fantasy. Se definire il fantasy è relativamente semplice (mi riferisco per lo più alla scuola tolkeniana, howardiana e moorcockiana), definire la fantascienza è più complicato. Non mi occupo di letteratura e non ho background scolastico per parlarne approfonditamente ma sono dell’idea che tutti, bene o male, abbiano una propria idea di ciò che è la fantascienza. Come sono certo del fatto che molti, dovendo rispondere a una domanda in merito, risponderebbero che la sci-fi è “il genere con le astronavi”. Certo, non sarebbero troppo lontani dalla verità anche se, una lunga schiera di racconti e scrittori, pubblicati decentemente in Italia qualche decennio fa (e ormai quasi introvabili per chi, come me, non disponga di un padre detentore di una nutrita collezione di vecchi Urania, nda), testimoniano che la sci-fi non è solo questo. Hi-tech, low-tech, alieni, scenari post-apocalittici o futuri grandiosi…personalmente, amo definire sci-fi, tutto ciò che avanza ipotesi, più o meno realistiche, sul futuro dell’umanità. Detto questo, non posso quindi non considerare la saga narrata negli album di Ayreon come sci-fi vecchio stampo all’ennesima potenza. 

Il concept 

Con l’eccezione di Actual Fantasy (1996), di cui non tratteremo, tutti gli studio-album targati Ayreon sono tra loro legati…anche quando non sembra. L’evento centrale del concept è un’ipotetica estinzione umana datata 2084. Un gruppo di scienziati e ricercatori, avanguardia del sapere di una razza umana sull’orlo del baratro, riesce infine a mettere a punto un sistema che definiscono "Time Telepathy". Attraverso questo dispositivo, inviano un messaggio nel passato per tentare di cambiare la storia e fermare il tracollo dell’umanità. Tale messaggio verrà intercettato dalla recettiva mente di un menestrello cieco, Ayreon, che vive in una Gran Bretagna medievale dominata da re Artù. Egli tenterà di portare il profetico messaggio a conoscenza della gente, con risultati prevedibili (dopotutto, siamo nei Secoli Bui). La profezia resterà inascoltata con tutto ciò che ne consegue. Questa la storia dietro ai testi del debut album The Final Experiment (1995). Interessante, direte voi, ma nulla di eccezionale. In realtà, questo è solo l’inizio. Il bello deve ancora venire… 

Gli album 

Eccoci dunque al nocciolo: la musica. Vediamo quindi i sei album lungo i quali si sviluppa la storia che Arjen ci racconta, i diversi capitoli che la compongono e, soprattutto le caratteristiche musicali che rendono questo progetto unico. 

The Final Experiment (1995) 

Il debutto, del cui concept abbiamo già parlato, è un disco di notevole caratura. Album dal forte flavour prog metal e da toni medievaleggianti alla maniera di certo prog rock seventies. Lo stile di Lucassen è già ben delineato anche se questo disco mi è sempre parso un po’ fuori dal coro, forse per il fatto che i cantanti ancora non hanno un ruolo preciso all’interno del concept (il personaggio di Ayreon è interpretato di volta in volta da diversi singer). Benchè gli ottoni sintetizzati, dal suono vagamente e piacevolmente vintage, la facciano spesso da padrone, non mancano brani dal taglio più moderno. Difficile estrapolare episodi particolari (regola valida anche per tutti gli album seguenti). Ciascun pezzo è un discorso a se stante. Premetto dunque che nessuno dei pezzi allegati di seguito può considerarsi completamente rappresentativo. 

 

Into The Electric Castle (1998) 

Otto personaggi (volutamente stereotipati, esagerati e, come disse qualcuno, molto influenzati dai B-movies fantascientifici), provenienti da diverse epoche e da diversi luoghi, si ritrovano in un luogo al di là dello spazio e del tempo, richiamati da chissà quale forza ultraterrena. Insieme, dovranno farsi largo fino a raggiungere il cuore di una labirintica struttura, l'Electric Castle, per poter fare ritorno a casa. Sulla loro strada, verranno messi a confronto con le loro paure, con le loro coscienze e con le rispettive ipocrisie, in una successione di mortali prove di forza e volontà fino alla rivelazione finale. Una creatura aliena, che si presenta solo come “Forever of the stars”, mantenuta in vita da macchine, li ha riuniti per poter analizzare le loro emozioni. Egli è infatti, da millenni, incapace di provarne: ne ha perso la capacità a seguito del processo di ibridazione che lo ha reso immortale. I pochi sopravvissuti potranno fare ritorno a casa, ma non ricorderanno nulla. Un concept interessante e apparentemente slegato al precedente (di questo ne riparleremo) caratterizza quello che considero il più classicamente progressive tra gli album di Ayreon. Su di una solida base di tastiere di matrice prog si innestano le chitarre, ora di settantiana memoria, ora decisamente più metal. Non mancano divagazioni strumentali tra tempi dispari mai fastidiosi o forzati, intermezzi atmosferici, assoli, effetti magistralmente integrati nel contesto e tastiere sempre presenti e fantasiose. Sul variopinto tappeto musicale tessuto dagli strumenti di Arjen si vanno a intrecciare le voci degli interpreti, tutti di grandissimo calibro, ciascuno stavolta immedesimato nel proprio ruolo dall’inizio alla fine. Non potrei davvero descrivere questo lavoro più di così. Una vera e propria esperienza sonora. Giudicate da voi dopo un ascolto approfondito. 

 

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sabato 17 marzo 2012

VaSongs #10

Apriamo questo decimo appuntamento con la rubrica musicale di VasiComunicanti con il dovuto tributo a Lucio Dalla, scomparso il 1° marzo e ricordato in queste settimane da tanti, spesso anche inopportunamente. Sfogliando la discografia di Lucio Dalla ho ritrovato una canzone del 2001 che mi ero totalmente dimenticato ma che ho amato molto. Il brano si intitola Kamikaze e sono contento di proporvelo nella speranza che gli appassionati di musica, se ancora non l’hanno fatto, comincino a scoprire uno dei più grandi cantautori italiani di tutti i tempi.

Passiamo alle novità musicali di questi ultimi mesi. Le prime tre canzoni che vi proporrò sono tutte “figlie” della serie televisiva Glee, nel senso che hanno raggiunto la meritata popolarità dopo l’esecuzione da parte del cast di questo musical televisivo. Cominciamo con Cough syrup, brano degli Young The Giant, band californiana nota in passato come The Jakes. Questo brano ha avuto un disperato bisogno di Glee per emergere, visto che risale all’anno scorso ma ha raggiunto la popolarità radiofonica (anche in Italia) solo nelle ultime settimane; una canzone che abbina l’intensità rock a quel tocco di malinconia che la rende stupenda.

Life’s too short to even care at all oh
I’m coming up now coming up now out of the blue […]
So I run to the things they said could restore me
restore life the way it should be
Waiting for this cough syrup to come down

Un vero e proprio inno alla giovinezza e al divertimento è quello che hanno scritto i Fun. con We are young, brano che punta tutto sulla melodia del ritornello, che cattura immediatamente. La marcia dettata dal rullante dà solennità al testo mentre la voce di Nate Ruess, con i suoi vocalizzi, è perfetta per questo tipo di canzone.

Vi ricordate di Kelly Clarkson? La vincitrice della prima edizione del talent show statunitense American Idol aveva raggiunto il successo mondiale nel 2005 con Since U been gone, Behind these hazel eyes e Because of you, per poi cadere nel dimenticatoio, in particolar modo in Italia. In realtà Kelly non è stata con le mani in mano ma ha continuato a fare musica e soprattutto a mangiare. Una Kelly Clarkson palesemente ingrassata si ripropone ora con What doesn’t kill you (stronger), un pezzo che ricorda l’energia dei vecchi successi e che potrebbe riportarla in auge.


Cambiamo genere e passiamo alla sorpresa più grande degli ultimi tempi: Gotye, all’anagrafe Wouter Wally De Backer, è un cantautore nato in Belgio ma naturalizzato australiano che sta conquistando tutto il mondo con Somebody that I used to know. Gotye è riuscito nell’impresa di scrivere una canzone che tocca le corde giuste dell’anima, o che sicuramente non lascia indifferenti. La contrapposizione di voci tra Gotye e la neozelandese Kimbra è da brividi, sopra un arrangiamento essenziale e, per questo, efficace. Nonostante queste sonorità particolari, il testo racconta una storia semplice, quella di un uomo deluso, disarmato, che si trova ad affrontare una persona che pensava di conoscere e di amare ma che si rivela tutt’altra cosa.

Now you’re just somebody that I used to know

Di tutt’altro taglio è Lego house, brano di Ed Sheeran, giovanissimo cantautore britannico, premiato come miglior artista maschile ai recenti Brit Awards. Ed Sheeran racconta la dedizione verso la sua dolce metà, per cui è disposto a tutto, anche a costruire una casa di mattoncini Lego. Niente di nuovo, sia chiaro; solo una ballata soffice e delicata che ha trovato la melodia giusta per spopolare. Per avere solo 21 anni, non male.

Ancora diverso è l’approccio all’amore di Lloyd, cantante R’n B americano, che in Dedication to my ex (miss that) se la prende con la sua ex, scomparsa con il suo “amore”. Esistono due versioni di questo brano: l’originale che dice “I miss that pussy” (spero non ci sia bisogno di traduzione) e una versione clean che sostituisce “pussy” con “lovin”. Il brano si avvale della collaborazione di Andre 3000, leader degli Outkast.

I PNAU sono un duo di musica dance australiano, formatosi nel 1999, che ha raggiunto il successo nel 2008 con il singolo Walking on a dream, sotto il nome di Empire of the Sun. Tornano ora con The truth, brano dance ben scritto, che racconta dell’ennesimo uomo ingannato dalla propria donna; pensava di conoscere la verità.

E’ tempo di secondi singoli per numerosi artisti internazionali: i Black Keys, dopo il successo di Lonely boy, ripropongono il loro rock d’altri tempi con Gold on the ceiling; Emeli Sandè sceglie Next to me per coltivare il seguito ottenuto con Heaven, a mio parere inferiore rispetto a questo nuovo singolo; un po’ country il racconto dei Train in Drive by, che anticipa il nuovo album California 37; il fenomeno Lana Del Rey continua anche con la title-track dell’album, Born to die, in cui la cantante continua a stupire per la sua capacità di rendere apprezzabili delle lagne assurde.
Torniamo in Italia per concludere questo appuntamento musicale. Cosa ci ha lasciato il Festival di Sanremo? Come sempre le note più positive arrivano dai Giovani, su tutti Marco Guazzone, quarto classificato. Guasto è la canzone migliore dell’intero Festival e propone realmente qualcosa di nuovo per la musica italiana. I terzi classificati, la band pugliese Iohosemprevoglia, hanno portato a Sanremo Incredibile, brano che non sta avendo l’attenzione che merita. Passando ai Big, la più scaricata e ascoltata è sicuramente La notte di Arisa, che ha stupito tutti per la sua nuova veste, più matura. A me non ha sorpreso un granché ma apprezzo il cambiamento. Infine Noemi si è riconfermata un’artista interessante con Sono solo parole; a questo proposito vi consiglio l’ascolto di quello che sarà il prossimo singolo, uno dei due nuovi brani della riedizione di RossoNoemi, In un giorno qualunque, a ragion veduta, una delle più belle canzoni di Noemi.
Concludo con il nuovo singolo di Ligabue (già annunciato mesi fa da VasiComunicanti), M’abituerò, brano scritto agli inizi della carriera del cantautore di Correggio ma proposto solo ora con Campovolo 2.011. Una visione ottimista della sofferenza dopo l’amore, con un pizzico di malinconia, che non manca mai.

M’abituerò a non trovarti
m’abituerò a voltarmi e non ci sarai
m’abituerò a non pensarti
quasi mai, quasi mai, quasi mai
D9P

venerdì 24 febbraio 2012

Brit Awards 2012: Il bis di Adele



Adele ci ha preso gusto.

Dopo i Grammy, la londinese ha vinto i premi come best female e best album durante la cermonia dei Brit Awards 2012. Cerimonia che non ha fatto mancare qualche polemica, sia per il dito medio di Adele per colpa del suo discorso di ringraziamento, interrotto bruscamente dal conduttore per far spazio ai Blur, sia per la statuetta ottenuta dai Coldplay (Best british group) probabilmente grazie al loro successo mediatico di fronte a band come Kasabian, Artic Monkeys e Elbow che quest’anno sicuramente hanno dato tanto al panorama musicale inglese e mondiale.
Non sono state dimenticate le scomparse di Whitney Houston e di Amy Winehouse, portate sul palco della O2 Arena tramite tributi pieni di musiche, foto e applausi.

Le esibizioni degli ospiti sono state molto toccanti e spettacolari: i primi a suonare sono stati i Coldplay con Charlie Brown, poi i Florence + The Machine con No Light, No Light, Ed Sheeran, Adele, Bruno Mars, Rihanna e, cosa che mi ha piacevolmente sorpreso, Noel Gallagher insieme a Chris Martin per la sua AKA... What a Life!.

Gli altri padroni dei Grammy, i Foo Fighters, sono riusciti a portarsi a casa il premio come miglior band internazionale, ringraziando il pubblico con una video cartolina mentre Bruno Mars e Rihanna hanno vinto quelli come miglior cantanti, uomo e donna, sempre nell’ambito straniero/mondiale. Al giovanissimo Ed Sheeran, divenuto famoso grazie alla sua The A Team e tornato sul palco con Lego House, sono andati i best male e best breakthrough act.

La sera si è conclusa con lo show dei Blur (vincitori come Outstanding Contribution to Music), da poco tornati insieme che hanno suonato pezzi storici come Girls & Boys, Song 2 e Tender.

Ecco tutti i premi assegnati:

BRITISH MALE SOLO ARTIST
Ed Sheeran

BRITISH FEMALE SOLO ARTIST
Adele

BRITISH BREAKTHROUGH ACT
Ed Sheeran

BRITISH GROUP
Coldplay

BRITISH SINGLE
One Direction – What makes you beautiful

MASTERCARD BRITISH ALBUM OF THE YEAR
Adele – 21

INTERNATIONAL MALE SOLO ARTIST
Bruno Mars

INTERNATIONAL FEMALE SOLO ARTIST
Rihanna

INTERNATIONAL GROUP
Foo Fighters

INTERNATIONAL BREAKTHROUGH ACT
Lana Del Rey

OUTSTANDING CONTRIBUTION TO MUSIC
Blur


CRITICS CHOICE
Emeli Sandé



Lares

domenica 19 febbraio 2012

Vasi Sanremesi 2012: Quinta puntata - La finale

Storia di un Festival già scritto. Se anche voi, come me, avete creduto, anche solo per un attimo, vi siete illusi, che le vittorie di Roberto Vecchioni e di Raphael Gualazzi nella scorsa edizione del Festival di Sanremo potessero segnare il passo a una manifestazione dalla ritrovata dignità e credibilità, dopo le vittorie di Marco Carta e Valerio Scanu, sarete rimasti, come me, molto delusi dalla conclusione della 62ª edizione del Festival della Canzone Italiana. Gli indizi c’erano già tutti: la vittoria al televoto di Alessandro Casillo (per chi non lo sapesse, già vincitore di Io canto su Canale 5) nella categoria Giovani doveva mettere in allarme gli spettatori. Un ragazzo impacciato sul palco, che avrà “solo” 15 anni, ma che non conosce neanche una canzone di Adriano Celentano, neanche Azzurro, che si presenta con una canzone mediocre e nonostante tutto ciò, vince. Ma ancora, la classifica provvisoria e la sala stampa hanno voluto illuderci, consegnando la vittoria ad Arisa (come profetizzato da VC) e i due posti sul podio agli idoli del televoto, Emma e Gigi D’Alessio, quest’ultimo escluso dal golden share che ha premiato Noemi.
Alla fine tutto è tornato alla normalità. Il 49,63% del televoto è stato per Non è l'inferno della cantante salentina contro il 35,53% per Arisa e il 14,84% per Noemi. Emma, da buona star televisiva, sa che due lacrime piazzate nei momenti giusti non fanno mai male; cade però quando, incalzata da Morandi, non conosce neanche gli autori della sua canzone, e ho detto tutto. Ora, lungi da me sostenere che Emma non abbia talento o che non sappia cantare; il problema è un altro: il Festival di Sanremo viene nuovamente vinto da un’artista che, oltre a vincere Amici, non ha fatto assolutamente niente e probabilmente poco farà, esattamente come Valerio Scanu e Marco Carta, ma che gode di una popolarità che prescinde la musica, la carriera o un progetto musicale a lungo termine. E tutto ciò è insito nel “sistema Amici”: non si parla di musica ma si creano personaggi da dare in pasto al pubblico. Questa è la differenza principale con, per esempio, X-Factor, talent show da cui sono usciti degli artisti più o meno forti ma che hanno intrapreso un percorso al di fuori del programma. Si veda Noemi che, prima di sbarcare a Sanremo per la prima volta, aveva già guadagnato una dignità artistica indipendente da X-Factor, con all’attivo due singoli che hanno spopolato in radio come Briciole e il capolavoro L’amore si odia.
E non si tratta neanche di una canzone che verrà ricordata o meno, perché ormai ben poche canzoni, dentro e fuori Sanremo, vengono ricordate a distanza di tempo. Ma è sempre bello sparare sul Festival usando questa scusa. Quel che mi preoccupa è che la vittoria di Emma non fa altro che allontanare ancora di più i giovani (e non parlo delle ragazzine ossessionate da Amici) dal Festival di Sanremo, che perde in credibilità e dignità. Neanche Chiamami ancora amore di Roberto Vecchioni passerà alla storia e sarà ricordata da generazioni e generazioni, ma nell’albo d’oro dei vincitori nessuno si stupirà di leggere un’artista come il Professore. Vecchioni verrà ricordato, Emma verrà ricordata fino al prossimo vincitore di Amici.

Il televoto è dunque la condanna del Festival? Non saprei. Il sistema di votazione misto mi sembra, in realtà, abbastanza equo mentre la finale a tre riservata solo al televoto potrebbe essere eccessiva. Un’idea potrebbe essere quella di creare un sistema ancora più misto con un 25% al televoto, un 25% alla sala stampa, un 25% alla giuria demoscopica e un 25% all’orchestra, o qualcosa del genere. Ma gli introiti economici valgono più della tradizione.
Non ci resta che consolarci con il Premio della critica Mia Martini, conquistato quest’anno da Samuele Bersani, già vincitore nel 2000 con Replay, e con la partecipazione di Nina Zilli al prossimo Eurovision Song Contest, manifestazione musicale europea riscoperta l’anno passato dall’Italia che ha inviato Raphael Gualazzi, piazzatosi al secondo posto finale.

Mettendo da parte la musica, l’ultima serata del Festival di Sanremo, per quanto lunga, è passata senza grandi emozioni o momenti eclatanti. È stata la serata del ritorno di Adriano Celentano che si è però limitato a rispondere alle critiche, a ricevere i fischi di un pubblico, sempre e comunque elegante, e a cantare due estratti dal suo ultimo album Facciamo finta che sia vero, La cumbia di chi cambia e Ti penso e cambia il mondo, quest’ultima in duetto con Gianni Morandi. Un momento sentito con le lacrime di Morandi che accantonano tutte le parole e le critiche che ruotano attorno a Celentano.


Uno dei momenti più emozionanti della serata potrebbe esser stato il primo ingresso di Ivana Mrazova con un abito a dir poco mozzafiato, una delle sue migliori prestazioni. Gli ospiti comici sono stati i ritrovati Luca e Paolo, essenziali ma efficaci, e la simpatica Geppi Cucciari che personalmente avrei tenuto per tutte e cinque le serate a dare un po’ di dinamismo al programma. Una nota dolente è stato il continuo pubblicizzare i futuri prodotti Rai: Affari tuoi, Domenica In e le fiction Il giovane Montalbano e Walter Chiari.
Il 62° Festival della Canzone Italiana di Sanremo è concluso e con esso l’esperienza del direttore artistico Gianmarco Mazzi, già arruolato (ma guarda un po’!) per il serale di Amici di Maria De Filippi. È stata un’edizione in continuità con la passata, visti i protagonisti e l’impostazione. Ciò che è cambiato è stato il risultato; ma nel business che ruota intorno al mercato musicale è meglio non addentrarcisi e sperare in un Festival più rappresentativo e che rispetti la lunga e gloriosa tradizione è tutto ciò che ci rimane.
D9P

sabato 18 febbraio 2012

Vasi Sanremesi 2012: Quarta puntata

E’ il turno di Ivana Mrazova, e la preparazione dei suoi balletti, essere protagonisti dell’anteprima della quarta e penultima serata del Festival di Sanremo. Tutt’altra cosa è la sigla, stavolta affidata al violinista David Garret e alla ballerina senza braccia Simona Atzori che danza sulle note di Smells like teen spirit dei Nirvana. Rocco Papaleo entra in scena col solito loden sulle note de La foca, per portare un po’ di sobrietà per tutti. Poco dopo sale sul palco anche Ivana Mrazova che non saprà fare niente ma perlomeno ha una risata contagiosa; le sue apparizioni in scena sono poche e questo non è per forza un male.
Tra gli ospiti della serata figura Sabrina Ferilli, la cui presenza sembra totalmente ingiustificata: la Ferilli, rompe il solito clichè della romana cantando una versione alternativa di Roma nun fa la stupida stasera. Morandi butta un’occhiata al seno pure a lei, per non farsene mancare nessuna durante un’intervista inutile. Chi invece ha sorpreso tutti è Alessandro Siani, non annunciato come ospite e reduce dal successo di Benvenuti al nord: uno dei pochi ospiti degni di questo Sanremo, più che altro perché ha qualcosa da dire e raccontare. Gli ospiti musicali sono invece i One direction, band di ragazzini uscita da X-Factor in Inghilterra: cinque Justin Bieber, bravini a cantare, pronti a conquistare tutte le ragazzine del mondo con qualche bel faccino e qualche ammiccamento. Un bello spottone per Ballando con le stelle con il cast al completo, fuori luogo come tante altre cose, conclude la rosa degli ospiti.

La gara prevede i duetti e le nuove versioni dei brani. Vediamo i risultati:

Noemi e Gaetano Curreri – Sono solo parole: Noemi sfida tutte le critiche estetiche indossando orecchini verde acido sotto i capelli rosso fuoco, accompagnata da Gaetano Curreri degli Stadio, già autore di Vuoto a perdere. Il contributo è minimo anche perché Curreri fa fatica a mantenere la tonalità femminile di Noemi per l’intero brano.
Pierdavide Carone, Lucio Dalla e Gianluca Grignani – Nanì: L’apporto di Grignani è positivo (nonostante qualche errore di intonazione) ma cambia un tantino l’atmosfera della canzone che guadagna più profondità ma perde la leggerezza del racconto di Carone.
Dolcenera e Max Gazzè – Ci vediamo a casa: I controcanti di Max Gazzè sono perfetti e si integrano con la canzone, anche se non è esattamente un pezzo adatto al cantautore romano, un po’ impacciato ma sempre capace.
Gigi D’Alessio, Loredana Bertè e Get Far Fargetta - Respirare: Se pensavate di aver visto tutto, vi tocca ricredervi. Il duo D’Alessio-Bertè riesce a toccare definitivamente il fondo con la versione dance di Respirare, remixata sapientemente, per carità, da Fargetta. Vestiti di pelle, come i veri ggiovani, e circondati da quelli che potrebbero essere i loro nipoti, Gigi e Loredana cantano il loro brano in playback. Al Festival canoro più importante d’Italia, e non solo.
Chiara Civello e Francesca Michielin – Al posto del mondo: La vincitrice dell’ultima edizione di X-Factor arriva sul palco con un sobrio abito fucsia, un goccino esagerato per una sedicenne al debutto sul palco dell’Ariston, ma anche per chiunque altro. Francesca canta distante dal microfono ma si rivela comunque migliore della Civello e le fa guadagnare qualche punto in più al televoto.
Samuele Bersani e Paolo Rossi – Un pallone: Il contributo di Paolo Rossi sembra del tutto improvvisato in quella che è di diritto un’occasione sprecata.
Eugenio Finardi e Peppe Servillo – E tu lo chiami Dio: L’esibizione è impeccabile anche se il duetto non porta nulla di nuovo al brano.
Nina Zilli, Giuliano Palma e Fabrizio Bosso – Per sempre: Probabilmente non è la canzone migliore per Giuliano Palma, ma le voci della Zilli e del leader dei Bluebeaters sono complementari, 50mila docet.
Arisa, Mauro Ermanno Giovanardi e Mauro Pagani – La notte: La voce calamitica dell’ex frontman dei La Crus, l’anno scorso a Sanremo con Io confesso, dà calore alla già piacevole canzone di Arisa.
Emma Marrone e Alessandra Amoroso – Non è l’inferno: La colonizzazione degli Amici di Maria, iniziata con la vittoria di Marco Carta del 2009 e quella di Valerio Scanu del 2010 (scomparsi dopo i trionfi), si completa con questo duetto. Alessandra Amoroso, in un’elegante palandrana nera, arriva a portare la sua fama ai televoti della compagna Emma. Il duetto, registrato in studio, sta già spopolando su Itunes, a dimostrazione che la casa discografica ci vede molto lungo. Ah, non l’ho detto: duetto superfluo.
Matia Bazar e Platinette – Sei tu: Partiamo dal presupposto che per recitare forse era meglio un attore o un’attrice. In ogni caso, Platinette fornisce una prova intensa e sentita e probabilmente la sua presenza vuole significare qualcosa di più. Geniale nel rispondere alle critiche di questi giorni: “Io amo gli etero”.
Francesco Renga e Scala & Kolacny Brothers - La tua bellezza: Finalmente una vera e propria nuova versione di un brano in gara. Scala & Kolacny Brothers è un coro belga di voci femminili che hanno raccolto nel loro ultimo album le cover di alcune delle canzoni pop/rock più belle di tutti i tempi. Qui danno una veste diversa a La tua bellezza, più celestiale, e la voce di Renga si inserisce benissimo nel coro.
Dopo i duetti arriva il momento della finale dei giovani: Alessandro Casillo, di diritto il sesto One Direction, saltella e guarda a terra ma si scioglie dall’emozione perché fondamentalmente è ancora un ragazzino. Incredibile dei Iohosemprevoglia risulta molto più ricca registrata in studio rispetto che nel live e questo potrebbe penalizzarli. Marco Guazzone si dimostra molto preciso nel canto in una canzone non facile da eseguire. Erica Mou è molto consapevole di sé stessa, nel modo giusto però. Il sistema di votazione mista tra orchestra e televoto premia Alessandro Casillo con E' vero e i due golden share fanno scalare Erica Mou al secondo posto. Alessandro Casillo vince tra i giovani: presumibilmente sarà stato demolito dall’Orchestra quindi provate a immaginare quanti televoti ha ricevuto. Erica Mou si “consola” con il premio della critica Mia Martini. Come al solito, la gara è falsata dal televoto e dalla fama televisiva dell’artista in questione, nulla a che fare con la musica. E se tanto mi dà tanto, Emma ha già la vittoria in tasca, a meno di sorprese in stile 2011.

Tra i Big, l’ultimo verdetto prima della finale vede fuori dalla gara Matia Bazar e Chiara Civello. Tutto sommato corretto anche se avrei tenuto la Civello ed eliminato Gigi D’Alessio, ma il seguito del cantante napolatano è imbattibile.

Questa sera la grande finale con i 10 Big e grandi ospiti: su tutti Geppi Cucciari, i Cranberries, Luca e Paolo e il ritorno di Adriano Celentano.

P.S.: Ma bisogna per forza ridere ogni volta quando si presenta Beppe Vessicchio? E’ scritto nel contratto?

D9P