domenica 11 settembre 2011

La Masquerade Infernale degli Arcturus


Quando si tratta di recensire un’opera non nuova, almeno secondo il mio modestissimo parere, non è molto interessante occuparsi di lavori universalmente riconosciuti come “classici”. Cosa si potrebbe dire che non sia già stato detto? L’intera disquisizione si rivelerebbe semplicemente una lunga sequela di elogi, noiosi da leggere per voi e da scrivere per me. Finora infatti ho trattato dischi che, più o meno, si potrebbero quantomeno definire “discussi”. Tuttavia esistono piccoli capolavori, noti solo a una relativamente ristretta cerchia di persone, di cui vale davvero la pena di parlare. Opere talmente estranee al concetto di mainstream da suscitare qualche dubbio riguardo alla possibilità di poterne trattare su di un portale non di genere come Vasi Comunicanti. Tuttavia vorrei spingere al limite la libertà concessami e fare un tentativo in tal senso. L’album di cui tratteremo è davvero speciale e, per tutti coloro che lo conoscono, è un’opera d’arte e un fulgido esempio di eclettismo musicale. Sto parlando di La masquerade infernale dei norvegesi Arcturus. La band nasce nel 1987 (il primo full-lenght giungerà però solo nel 1995) dall’unione di volti che diverranno più o meno noti nel panorama black metal di lì a qualche anno. Il fatto che dietro alle pelli sia presente il bravissimo (ma controverso) Jan Axel Blomberg, in arte Hellhammer (Mayhem, Dimmu Borgir e altri), potrebbe già far drizzare le orecchie di chi non sia digiuno di certo metal estremo. Alle tastiere troviamo Steinar Johnsen (che in seguito militerà stabilmente nei Covenant e, come ospite, negli Ulver e nei Satyricon) mentre al microfono si avvicenderanno Kristofer “Garm” Rygg e Simens “ICS Vortex” Hestnaes (noto per la militanza nei Dimmu Borgir e nei Borknagar). Da un tale combo cosa potremmo mai aspettarci se non del sanissimo black metal? La risposta è spiazzante.
Se il primo album, Aspera hiems symfonia, è in effetti un disco inquadrabile nel symphonic black (di notevole qualità, per inciso) e il terzo, The Sham mirrors, può vantare meravigliose concessioni alla musica elettronica, è col secondo lavoro che giunge il capolavoro assoluto: nel 1997 compare La masquerade infernale, uno di quei dischi che si compongono una volta sola nella vita. In una parola: irripetibile. Vediamo perché. In apertura parlai di “genere” ma la realtà è che, benchè comunemente rivendicato dall’universo metal, il disco in questione ha ben poco a che fare con la musica di genere. L’impostazione è senz’altro rock/metal: chitarra, basso, batteria, voce, tastiera. Niente concessioni a strumenti insoliti o particolari. Lo stesso dicasi per il guitar-work e per alcuni passaggi di batteria con doppia cassa a elicottero annessa. Eppure il tutto suona maledettamente “nuovo”. In molti sono ormai soliti riferirsi agli Arcturus come a una band che suona avant-garde metal. La prima canzone non lascia scampo e ci proietta immediatamente nell’universo dei “nuovi” Arcturus; un universo fatto di maschere carnevalesche dal ghigno sinistro, barocche scenografie e copioni scritti e recitati da malati di mente: un oscuro teatro del delirio.
Un massiccio uso del synth fa da intro all’opener Master of disguise e ci conduce alla scoperta del primo vero aspetto peculiare del lavoro dei norvegesi. A differenza di quanto fatto in passato, i nostri fanno uso di una meravigliosa voce pulita, che si prodiga in acrobazie davvero notevoli (si veda The Chaos path), a scapito del ben più canonico growl. Proprio questo aspetto contribuisce più di ogni altro all’atmosfera unica che si respira durante l’ascolto, unitamente al sapiente uso delle tastiere. Più volte nel corso dell’opera, le chitarre passano in secondo piano permettendo ai synth di farla da padrone. Ogni melodia è perfettamente innestata nel contesto del brano, contribuendo a creare un mosaico sonoro di rara bellezza e di tuttora imbattuta poliedricità, almeno in ambito strettamente metal. Musica sinfonica, folk e metal si fondono in modo del tutto inedito e il risultato è semplicemente indescrivibile: risulterà più facile per i lettori semplicemente ascoltarlo. Si badi però che si tratta di un disco estremamente complesso, che richiederà senza dubbio numerosi ascolti per essere debitamente apprezzato. D’altro canto, affermo con sicurezza che si tratta di un lavoro tecnicamente ineccepibile e dotato di una grande sensibilità. Per tutti gli estimatori dell’arte fuori dagli schemi una gemma imperdibile, una delirante ode alla Musica celata sotto la maschera di un sinistro Arlecchino.


Spectraeon_86

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